Il teatrino della politica | TDP

spettacolari burattini parlanti

Archivi Mensili: ottobre 2011

Crisi? Ed io prendo carta e penna (le letterine di Silvio e degli anti-Silvio)

Ci sono momenti, nella vita di una nazione, nei quali il tunnel buio sembra più lungo. I problemi si affastellano, si ramificano, non lasciano scampo. I cittadini/elettori/clienti perdono fiducia, l’economia vira al negativo.

Questa situazione sembra essere quella dell’Italia da un po’ di anni, almeno dal 2008 (v. alla voce “crisi mondiale + governo in crisi prestazionale”).

Ma la soluzione c’è amici: carta e penna!

Sì, scrivi anche tu una letterina, magari a Babbo Natale – «caro Barbuto, prestaci un 400-500 miliardi di euro, che abbiamo qualche problemino di debito pubblico».

Sembra una simpatica presa in giro, ma le letterine in questi giorni vanno alla grande:

il cav. Berlusconi Silvio all’Europa, questa fantomatica vecchia signora, un po’ mamma ed un po’ aguzzina (vers. completa qui, nella foto la “prelettera”);

i “traditori anonimi” al cav. Berlusconi Silvio, letterina di ultimatum (o penultimatum?) di alcuni deputati Pdl, che intimano un deciso cambio di rotta o sarà la fine della maggioranza, eccessivamente in preda ai veti leghisti (qui la notizia sul Corriere).

E se “scripta manent”, potremmo tutti prendere in mano un bel foglio bianco e scriverci sopra qualche sogno. Poi lo mandiamo “all’Europa” e vediamo l’effetto che fa. Magari ci cascano e ci regalano la macchina nuova o la cassa di Barbie.

«Un forte abbraccio, Silvio».

Buon divertimento!

La Minetti furiosa: il suo ex partecipa al GF. “Perchè io no?!” avrebbe dichiarato…

Con uno share che non accenna a diminuire nonostante il format ormai trito e ritrito , – per la giuoia di grandi e piccini – il Grande Fratello è  ripartito.

Sarà che è tanto simile al Teatrino, quello vero, quello politico, ma anche una professionista della gestione della cosa pubblica come Nicole (ma come chi? la Minetti nostra, vedere foto per una delle sue sobrie mise) ha voluto dire la sua.

Anzi, più che dire, la consigliera si è proprio alterata: il suo ex, tal Filippo Pongiluppi, è di diritto entrato tra quella ristretta cerchia di nominati. Non è entrato in parlamento, ma nella più importante dimora del programma Mediaset.

La Minetti ci teneva tanto a fare parte del cast del GF. Poi, per cause delle quali non è dato sapere, il suo certo ingresso si è tramutato in un posto nel consiglio regionale della regione Lombardia. Ed il brutto è che nessuno la nomina per mandarla a casa.

E su co’ sto (tele)voto, andiamooo!

Buon divertimento!

link –> articolo del Corriere

Berlusconi ammette le difficoltà a Napolitano: fine di un’epoca?

Sembra che ieri sera Silvio abbia ammesso al Presidentissimo Napolitano di essere in difficoltà con l’esecutivo.

Il cosiddetto “patto dei giardinetti” sul tema delle pensioni – se Berlusca e Senatur non troveranno un’intesa, è possibile che passino il resto dei loro giorni a dare da mangiare ai piccioni di parco Sempione – potrebbe non arrivare.

Lo scenario probabile, se la celeberrima “quadra” non dovesse trovarsi, è un governo dell’eminenza grigia Gianni Letta, meno probabilmente dell’attuale presidente del Senato Schifani.

Alchimie, palazzi, sirene, sirenette. Quadra e squadra, tira e molla.

Nel frattempo si annuncia una (nuova) pioggia torrenziale su Roma per domani a metà giornata.

Signore e signori, anche il buon Dio sta dando un segnale al suo omologo Silvio Berlusconi: forse è ora di agevolare un melmoso, incerto, “alla-vecchia-maniera-italica” cambiamento. Tanto meglio di questo non sappiamo e possiamo fare (purtroppo).

Tu chiamalo, se vuoi, rimpasto. Quello che vi pare, basta che si muova qualcosa.

Buon divertimento!

link –> resoconto della serata di ieri sul Corriere

Gheddafi: per noi italiani è stato “il tiranno della porta accanto”

Sicuramente è un avvenimento importante quello della morte di Gheddafi, di portata epocale per l’area del Maghreb, ma non sottovalutabile anche per i paesi, in prima fila il nostro, che avevano ed avranno rapporti con la Libia.

Pensando a tutte le polemiche sorte per il rapporto privilegiato che il nostro caro Berlusca aveva con l’elegantissimo Raìs, è interessante leggere l’articolo di Gian Antonio Stella di stamattina sul Corriere: ci illustra, in alcuni flash, il capelluto dittatore, i suoi eccessi, le sue (e dei suoi figli) smanie di grandezza. Ma anche di come sia stato corteggiato non solo da Silvio (che senza dubbio ha battuto tutti), ma da una pletora di altri, compresi presidenti del consiglio, ministri e uomini di stato del passato. E i poveri giornalisti italici che hanno fatto a gara per intervistarlo.

Noi del Teatrino, riprendendo dall’articolo un episodio con protagonista Oriana Fallaci, vogliamo ricordarlo così:

“…Oriana Fallaci, che a metà degli anni Ottanta, dopo tre ore e mezzo di attesa […] piantò una grana delle sue per «fare la pipì» e si ritrovò con «un cerchio di kalashnikov puntati contro lo stomaco» e si vendicò scrivendo peste e corna («oltre ad essere un tiranno è un gran villanzone» dalle «labbra maligne e portate al sorrisino compiaciuto, di chi è molto soddisfatto di sé perché oltre a sapersi importante, potente, si crede anche bello») di quell’ospite bollato nei suoi ricordi come «senz’altro il più cretino di tutti»”.

Ecco, questo era Gheddafi.

Chapeau ad Oriana, che rimane una delle migliori menti libere italiche, mai troppo rimpianta.

Buon divertimento!

link –> articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere

Black bloc, manifestazioni e politica: Occidente vs Italia

Quello che è successo sabato a Roma lo sappiamo tutti; il post sta avvenendo in queste ore: sparuti, timidi arresti, Er Pelliccia preso a simbolo di un movimento violento (quando di Black Bloc non ha probabilmente nulla tranne che l’aspirazione di scimmiottare quelli veri), la politica che si divide sul da farsi, come sempre.

In tutto ciò, in Usa, al semplice rifiuto di consegnare il megafono alle forze dell’ordine, la scrittrice e femminista Naomi Wolf viene arrestata. Esagerati? Forse. Ma sono gli Stati Uniti, funziona così, nel bene e nel male.

Il Teatrino semplicemente si è seccato del fatto che “siamo in Italia, qui è diverso”. Diverso un corno. Chi ha commesso crimini, già ampiamente perseguibili con le leggi esistenti, deve essere punito equamente (e forse qualcosa in più). Senza divisioni, senza nicchi, senza rimpalli di responsabilità. Chi ha omesso di prevenire e di controllare, se questo è stato, va perseguito ugualmente. Non ci sembra complicato o degno di interpretazione, è chiaro e limpido.

Lo dobbiamo a chi si è vista bruciata l’auto, a chi manifestava legittimamente e pacificamente (almeno duecento mila, di cui nessuno parla), ad una città ed un intero Paese.

Quando inizieremo ad essere meno “unici” e più simili al resto dell’Occidente? Speriamo presto, ma crediamo mai.

Buon divertimento (e scusate la serietà, ma quando ci vuole…)!

link –> articolo del Corriere sull’arresto della Wolf

Focus economia – di Riccardo Bucella

Da oggi inizia una felice collaborazione tra il Teatrino e Riccardo Bucella (che ringrazio personalmente), potete vedere il suo profilo qui.

Buona lettura!

La dittatura delle minoranze.

Riccardo Bucella

La crisi economica che stiamo vivendo ha fatto emergere chiaramente il problema del debito pubblico nei vari stati dell’Unione Europea, in modo particolare dell’Italia che ha il terzo debito pubblico del mondo. Il problema, dall’adozione dell’euro in poi, è sempre stato di “come” si sarebbe affrontata la questione del debito, non “se” avessimo fatto default o meno. Perché è quel “come” che determina sia la crescita futura, sia la distribuzione del reddito cioè la qualità della vita di tutti noi.

L’attuale maggioranza messa alle strette dai mercati, soprattutto per l’aumento dello spread rispetto al bund tedesco, ha cercato di ridurre il debito con la manovra di settembre. Tuttavia quest’ultima, invece di ridurre la spesa è stata concepita prevalentemente aumentando le entrate, in altre parole più tasse per i contribuenti. I quali saranno costretti a sopportare un aumento della pressione fiscale di oltre 2 punti percentuali, dal 42,6% nel 2010 al 44,7% nel 2014.

Questo stato di cose non è più accettabile perché favorisce un gruppo ristretto di persone, molto ben rappresentate, a danno della maggioranza dei cittadini. Il vero obiettivo di questo governo e di quelli futuri dovrebbe essere quello di ridurre la spesa pubblica, arrivata nel 2009 al 51,9% del pil. Una spesa pubblica di tale livello implica al suo interno delle enormi sacche d’inefficienza. Ciò significa che una parte delle tasse che pagano i contribuenti italiani si trasferisce a una minoranza di soggetti che con quel denaro realizza il bilancio della propria impresa. Queste risorse potrebbero essere destinate alla riduzione del prelievo fiscale, cioè lasciarle nelle tasche dei cittadini, invece che essere intermediate dallo stato. Le voci di spesa corrente sulle quali si dovrebbe intervenire sono gli acquisti di beni e servizi di tutte le amministrazioni, la sanità e i trasferimenti alle imprese. Questi ultimi si trovano all’interno della voce “altre spese correnti”, ma in realtà sono trasferimenti a fondo perduto pari a circa 25 miliardi di euro.

Da questo quadro emerge una realtà abbastanza sconfortante, cioè l’assenza di una politica economica e industriale adeguata ai bisogni del paese e alla realtà che stiamo vivendo, un modo sbagliato per affrontare il problema del debito e della crescita. Perché sarebbe opportuno attuare, con i fatti e non a parole, delle riforme strutturali in modo da permettere al paese, le potenzialità ci sono, di crescere e, nei momenti di crisi, di non subire l’attacco di pesanti speculazioni internazionali.

Certo, tutto questo non è possibile attuarlo né con i tagli lineari, cioè la non politica, né aumentando la spesa corrente e diminuendo quella in conto capitale (infrastrutture, telecomunicazioni, tecnologia), cioè non investendo sul futuro. Tutto ciò sarebbe attuabile solo attraverso una classe politica che abbia una visione su cosa fare e che rappresenti in parlamento gli interessi della maggioranza dei cittadini e non di minoranze, cioè di lobby potenti e organizzate. Per prima cosa il parlamento dovrebbe tornare a essere composto da eletti e non da “nominati”, inoltre sarebbe necessaria più partecipazione politica dell’elettorato. Lo slogan potrebbe essere “no taxation without representation” e andrebbe fatta una protesta clamorosa come quella dei coloni americani indipendentisti nel 1773 con il “Boston Tea Party”. Per dire basta! Perché se non c’è rappresentanza, difficilmente, si riusciranno a vedere tutelate certe fattispecie e allora sarebbe giusto gettare il tè nel mare.

La parola ai black bloc (ah, perchè sanno anche parlare?)

Il Teatrino, indignato (ma non stupito) per ciò che è successo a Roma, vi ripropone l’intervista ad uno degli artefici del caos, rilasciata a Repubblica (la trovate qui).

Buon divertimento (con i deliri di onnipotenza di questo coglione)!

ROMA – F. è un “nero”. Ha 30 anni all’anagrafe, una laurea, un lavoro precario e tutta la rabbia del mondo in corpo. Sabato le sue mani hanno devastato Roma.

E lui, ora, ne sorride compiaciuto. “Poteva esserci il morto in piazza? Perché, quanti morti fa ogni giorno questo Sistema? Chi sono gli assassini delle operaie di Barletta?”.

Non i poliziotti o i carabinieri a 1.300 euro al mese su cui vi siete avventati, magari. Non quelli che pagano a rate le macchine che avete bruciato. Non il Movimento in cui vi siete nascosti.
“Noi non ci siamo nascosti. Il Movimento finge di non conoscerci. Ma sa benissimo chi siamo. E sapeva quello che intendevamo fare. Come lo sapevano gli sbirri. Lo abbiamo annunciato pubblicamente cosa sarebbe stato il nostro 15 ottobre. Ora i “capetti” del Movimento fanno le anime belle. Ma è una favola. Mettiamola così: forse ora saranno costretti finalmente a dire da che parte stanno. Ripeto: tutti sapevano cosa volevamo fare. E sapevano che lo sappiamo fare. Perché ci prepariamo da un anno”.

Vi preparate?
F. sorride di nuovo. “Abbiamo fatto il “master” in Grecia”.

Quale “master”?
“Per un anno, una volta al mese, siamo partiti in traghetto da Brindisi con biglietti di posto ponte, perché non si sa mai che a qualcuno viene voglia di controllare. E i compagni ateniesi ci hanno fatto capire che la guerriglia urbana è un’arte in cui

vince l’organizzazione. Un anno fa, avevamo solo una gran voglia di sfasciare tutto. Ora sappiamo come sfasciare. A Roma, abbiamo vinto perché avevamo un piano, un’organizzazione”.

Quale organizzazione avevate?
“Eravamo divisi in due “falangi”. I primi 500 si sono armati a inizio manifestazione e avevano il compito di devastare via Cavour. Altri 300 li proteggevano alle spalle, per evitare che il corteo potesse isolarli. L’ordine che avevano i 300 era di non tirare fuori né caschi, né maschere antigas, né biglie, né molotov, né mazzette fino a quando il corteo non avesse girato largo Corrado Ricci. Non volevamo scoprire con gli sbirri i nostri veri numeri. E volevamo convincerli che ci saremmo accontentati di sfasciare via Cavour. Ci sono cascati. Hanno fatto quello che prevedevamo. Ci hanno lasciato sfilare in via Labicana e quando ci hanno attaccato lì, anche la seconda falange dei 300 ha cominciato a combattere. E così hanno scoperto quanti eravamo davvero. A quel punto, avevamo vinto la battaglia. Anche se loro, gli sbirri, per capirlo hanno dovuto aspettare di arrivare in piazza San Giovanni, dove abbiamo giocato l’ultima sorpresa”.

Quale?
“La sera di venerdì avevamo lasciato un Ducato bianco all’altezza degli archi che portano in via Sannio. Dentro quel Ducato avevamo armi per vincere non una battaglia, ma la guerra. Il resto delle mazze e dei sassi lo abbiamo recuperato nel cantiere della metropolitana in via Emanuele Filiberto”.

Sarebbe andata diversamente se avessero caricato subito il corteo in largo Corrado Ricci e vi avessero isolati.
“Non lo hanno fatto perché, come ci hanno insegnato a fare i compagni greci, sono stati confusi dal modo in cui funzionano le nostre “falangi””.

Come funzionano?
“Siamo divisi in batterie da 12, 15. E ogni batteria è divisa in tre gruppi di specialisti. C’è chi arma, recuperando in strada sassi, bastoni, spranghe, fioriere. C’è chi lancia o usa le armi che quel gruppo ha recuperato. E infine ci sono gli specialisti delle bombe carta. Organizzati in questo modo, siamo in grado di assicurare un volume di fuoco continuo. E soprattutto siamo molto snelli. Ci muoviamo con grande rapidità e sembriamo meno di quanti in realtà siamo”.

È la stessa organizzazione con cui funzionano i reparti celere.
“Esatto. Peccato che se lo siano dimenticato. Dal G8 di Genova in poi si muovono sempre più lentamente. Quei loro blindati sono bersagli straordinari. Soprattutto quando devono arretrare dopo una carica di alleggerimento. Prenderli ai fianchi è uno scherzo. Squarci due ruote, infili un fumogeno o una bomba carta vicino al serbatoio ed è fatta”.

Parli come un militare.
“Parlo come uno che è in guerra”.

Ma di quale guerra parli?
“Non l’ho dichiarata io. L’hanno dichiarata loro”.

Loro chi?
“Non discuto di politica con due giornalisti”.

E con chi ne discuti, ammesso che tu faccia politica?
“Ne discuto volentieri con i compagni della Val di Susa”.

Sei stato in val di Susa?
“Ero lì a luglio”.

A fare la guerra.
“Si. E vi do una notizia. Non è finita”.

Sel, Apple e la perdita di certezze (qualcuno dica ai comunisti che Jobs era un turbo-imprenditore!)

Ieri, in autobus, 40 minuti per fare 400 mt. Non ho osato fare la media oraria, il mio spirito motociclistico non reggerebbe.

Mentre mi perdevo nei pensieri generati dai lavori della metropolitana, cosa ti scorgo? Un bel manifesto (affisso abusivamente) con la mela Apple. Ma non era con lo sfondo chiaro a tinta unita, bensì aveva il “ripieno partitico”: Sinistra, ecologia e libertà, la sua effige. Poco più in basso un lapidario “Ciao Steve“. E la data di nascita/morte. Lo trovate qui.

La cosa, sebbene accaduta solo qui a Roma, è  divenuta in poche ore di dominio nazionale, è stata criticata da tutti, al punto che il buon O’recchino Vendola è dovuto correre ai ripari, dichiarando:

“Il genio di Steve Jobs ha cambiato in modo radicale, con le sue invenzioni, il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana. Tuttavia fare del simbolo della sua azienda multinazionale – per noi che ci battiamo per il software libero – un’icona della sinistra, mi pare frutto di un abbaglio. Penso che il manifesto della federazione romana di SEL, al netto del cordoglio per la scomparsa di un protagonista del nostro tempo, sia davvero un incidente di percorso. Incidente tanto più increscioso in quanto proprio in questi giorni nella mia regione stiamo per approvare una legge che, favorendo lo sviluppo e l’utilizzo del software libero segna in modo netto la nostra scelta”.

Il segno dei tempi è che, in mancanza di certezze, anche i comunisti (ex?) sono un tantinello spaesati e s’attaccano a tutto. C’è chi predilige la gnocca. E chi rinnega il proprio passato. Sono scelte.

Magistrale la presa per i fondelli di Quink, a lato un esempio (qui altri).

link –> DagoSpia fa un po’ il riassunto della cosa

Ieri Governo battuto: Scilipoti dov’era?

Ieri 11 ottobre il Governo è andato sotto clamorosamente. Si rischia, stavolta sul serio. Scilipoti era assente: l’ago della bilancia d’Italia (!) che fine aveva fatto? Se l’è domandato, tra gli altri, anche Fabrizio Roncone sul Corriere. Ha alzato la cornetta ed ecco cosa ne è uscito (tra virgolette il prode Scilipoti).

ROMA – «Eccomi qua. Cos’è successo?».

Onorevole Domenico Scilipoti, lo sa bene cos’è successo.
«No, dico sul serio: cos’è successo di tanto grave?».

Va bene, se ha deciso di fare quello che…
«Senta, io sto rientrando adesso a Roma e ho solo intuito che c’è un po’ di agitazione…».

Lei la chiama agitazione?
«Mhmm… Vabbé, il governo è andato sotto, ho capito: ma io, scusi, che c’entro?».

Il suo voto, il voto del «responsabile» Scilipoti è mancato.
«Ero fuori. Impegni importanti assai».

Tipo?
«Uff…».

Tipo?
«Uuhhh… e non insista, la prego».

Insisto: che impegno aveva?
«A Messina, al Tribunale… avevo una questione… come dire? Preliminare».

E non poteva rimandare?
«E io le chiedo: i capigruppo della maggioranza non potevano farmi una telefonatina e avvertirmi che il governo rischiava di sprofondare?».

Scilipoti, lei li legge i giornali, no?
«Eh…».

La verità è che lei non s’è fatto tanti scrupoli.
«La verità è che nella maggioranza, come appunto raccontano i giornali, c’è dibattito: e anche io, all’interno di questo dibattito, ho una posizione aperta».

Continui.
«Scilipoti ritiene…».

Scusi, sta parlando in terza persona?
«Sì, certo. Scilipoti ritiene che il fatto di stare dentro una maggioranza non paralizza i deputati. Non è che tutto quello che decidono i vari Verdini o Cicchitto è oro colato. Voglio dire: io, lo scorso 14 dicembre, lasciando l’Italia dei valori e votando la fiducia al governo Berlusconi mi sono immolato per il bene degli italiani. Quindi, sempre per il bene del Paese, ora posso anche fare un passo indietro».

Questa è una notizia.
«Il fatto è che dobbiamo uscire da certi schemi ingessati. Non è che lì a Montecitorio siamo solo per dire sì, o no, a seconda di come ci viene ordinato. Io ho le mie idee su come far uscire l’Italia da questa crisi. Ma se le mie idee vengono sempre ignorate, poiché ho a cuore le sorti del Paese, posso anche rivedere certe posizioni, e guardarmi intorno…».

Sta parlando con Scajola e Pisanu?
«Io non ci parlo con quelli che stanno in Parlamento da trent’anni e si propongono come alternativa a Berlusconi. Non ha senso chiedere a Berlusconi di tornarsene ad Arcore, per poi ritrovarsi davanti facce di signori che frequentano il Parlamento dai tempi di Fanfani… Ri/nno/va/re! Ri/nno/va/re! Ri/nno/va/re!».

Berlusconi non apprezzerà.
«Berlusconi di qua, Berlusconi di là… Senta: io, quando feci la scelta che sappiamo, e che m’è costata cattiverie e insulti, decisi con il Cavaliere un certo tipo di percorso. Ora, visto che le cose non stanno andando come previsto, io entro nel dibattito che s’è sviluppato dentro la maggioranza, e sto, come dicono quelli che parlano bene, nella dialettica, e mi muovo, ascolto…».

E poi?
«E poi decido, è chiaro. Scilipoti è uno che decide. Si sa, no?».

(Domenico Scilipoti, di anni 54, da Barcellona Pozzo di Gotto – ginecologo e agopuntore con la passione per l’Oriente, «ma siccome in Transatlantico c’è qualche ignorantone, mi scambiano per stregone» – il 14 dicembre scorso tradì Antonio Di Pietro per sostenere il Cavaliere. Un’ora dopo il voto, in una piazza vicina a Montecitorio, venti immigrati furono fermati mentre manifestavano in suo sostegno. Identificati dalla polizia, dichiararono di essere stati assoldati proprio da lui, da Scilipoti ).

Buon divertimento!

link –> intervistadi Roncone sul Corriere

Se Steve fosse nato in provincia di Napoli – di Antonio Menna

Oggi il Teatrino vi propone un intervento del giornalista Antonio Menna, ripreso dal suo blog (qui). Anche se un po’ in ritardo sulla scomparsa di Steve Jobs, il pezzo comunque merita di essere ripreso… Buon divertimento (forse)!

Se Steve fosse nato in provincia di Napoli – di Antonio Menna

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

link –> testo di Antonio Menna

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